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Apple Tv, è nelle app la forza del nuovo modello (Rai e Mediaset ne tengano conto)

A disposizione degli utenti un’esplosiva collezione di applicazioni e di funzioni. Tutti i servizi ragigungibili via Siri. Tra gli sviluppi futuri lo sbarco in forze nei videogame. Ma è sempre un mondo “chiuso”

18 Dic 2015

Antonio Dini

Apple ha presentato lo scorso settembre la nuova Apple Tv, il piccolo set-top-box nero che, nelle intenzioni del Ceo dell’azienda Tim Cook dovrebbe “cambiare la televisione” grazie soprattutto alla novità delle app. CorCom ha testato questo apparecchio per capire di cosa stiamo parlando e di quali siano le reali novità della quarta generazione di Apple Tv.

Prima di parlare della novità, però, bisogna capire cos’è successo prima nell’ecosistema di Apple. L’attuale dispositivo è infatti una quarta generazione. Perché in realtà Apple ha portato avanti questo che Steve Jobs definiva “un hobby” (visti i risultati economici relativamente scarsi, perlomeno comparandola a iPod, iPhone e iPad) già da parecchio tempo. Dal gennaio del 2007 (anno di lancio del primo iPhone), quando uscì il primo modello: bianco, più ingombrante (con un design che ricordava quello del primo Mac mini e un processore Intel), con al centro un disco rigido per archiviare i contenuti. Quaranta e poi 160 Gb di spazio dove salvare la musica e i film e telefilm comprati sullo Store di Apple. Rivelando così, sin dalle origini, la principale vocazione del set-top-box di Apple a fare da complemento nell’ecosistema dei servizi e prodotti della Apple stessa.

Questo è sempre stato il suo punto di forza e, soprattutto, la sua debolezza: un sistema chiuso e dedicato allo store di Apple. Se si pensa ad esempio che il primo iPod, lanciato nel novembre 2001 in abbinamento alla prima versione del software-jukebox iTunes, consentiva di convertire in Mp3 e caricare i propri cd musicali (non esisteva ancora l’iTunes Music Store, lanciato il 28 aprile del 2003) si capisce una cosa molto chiaramente. Apple per la musica è sempre stata molto più liberale che non per film e telefilm, che invece non possono essere “rippati” dal proprio Mac e importati sulla Apple Tv se non a prezzo di notevoli difficoltà.

Differenti regimi di copyright, certamente, ma anche differenti strategie: mentre con iPod Apple cercava di avere un effetto “disruptive” sul mercato e attaccava i bastioni della distribuzione musicale tradizionale (il supprto-cd) entrando direttamente in competizione con la parte dominante del mercato cioè quello della pirateria, invece con film e telefilm era già dentro il meccanismo commerciale e dei rapporti di potere (nei quali aveva una voce in capitolo visto la vicinanza di Steve Jobs a Hollywood con la Pixar e la sua alleanza con la Disney) con le grandi major. Niente “pirateria”, dunque, neanche quando la normativa sul copyright l’avrebbe consentito (è lecita infatti la copia personale dei propri contenuti digitali su supporto magnetico e ottico). E quindi niente “effetto iPod” per la Apple Tv degli esordi, che pure avrebbe avuto la capacità di accogliere film e telefilm “estratti” dai Dvd facilmente.

Passiamo ai modelli successivi: nel 2010 la Apple Tv ha assunto la forma che ha portato avanti più a lungo. Un piccolo oggetto nero, con design pulito (figlio della matita di Jony Ive) e simmetrico a quello dell’access point WiFi Airport Express di seconda generazione. Si semplificano anche le porte di connessione: un cavetto per l’alimentazione, uno opzionale per la connessione Ethernet (ma Apple ha sempre puntato molto sul WiFi, forte anche dell’allergia di Steve Jobs per cavi e cavetti) e una uscita Hdmi che veicola il video e l’audio verso il televisore. Per ultima, l’uscita ottica per l’audio, nel caso si voglia integrare l’Apple Tv con un sistema di amplificazione home theater. Questo schema rimane uguale anche per il refresh del 2012 (con uscita video di qualità Hd Ready che diventa poi Full HD nell’upgrade del 2013).

Apple fornisce con la Apple Tv due generazioni di “Apple Remote”, telecomandi ultrasemplificati (sette tasti in tutto) prima in plastica bianca e poi in alluminio sottilissimo, che vengono presentati da Steve Jobs come epitome dello stile dell’azienda rispetto alla concorrenza. Mentre il media center di Microsoft presenta giganteschi telecomandi-tastiera super-complessi ed affollati di tasti e tastini (fino a 77), l’interfaccia minimal di Apple si basa su un tasto menu, un tasto play-pause e una croce direzionale con tasto Ok nel centro. E basta. Non serve altro per avere il controllo, dice Steve Jobs.

La Apple Tv come detto è “un hobby”: non vende tantissimo e soprattutto non arrivano i grandi accordi che tutti si aspettavano con i fornitori di contenuti. Il settore non è ancora maturo e Apple non spinge più di tanto. Soprattutto, le major fanno muro contro la Apple “amica” della Disney e soprattutto asso-pigliatutto nel settore musicale. Nessuno dei tycoon di Hollywood vuole che la storia devastante per l’industria musicale si ripeta anche nel mondo del cinema e della televisione.

Ma non è questa l’unica ragione della scarsa penetrazione dell’apparecchio. È infatti limitato anche dal suo posizionamento: l’Apple Tv è indubitabilmente adatta a chi ha già uno o tutti e due i piedi nell’ecosistema di Apple: occorre essere registrati sull’iTunes store con un Apple Id, acquistare musica e film di Apple, condividere tramite iTunes su Mac o Pc le cose nella rete di casa per poter ascoltare ad esempio i propri audio, e poi usare il sistema cloud per vedere le proprie foto.

Tutto molto semplice ma tutto molto legato alla piattaforma Apple, di cui la Apple Tv è più un complemento che non un protagonista. Chi scrive ha utilizzato nel tempo tutti i modelli finora presentati, vivendo in prima persona la frustrazione di ricorrere ad altri apparecchi per vedere un Dvd o per suonare un Cd (visto che Apple Tv non ha mai avuto un lettore ottico). Neanche Nintendo, che con la Wii ha dominato il soggiorno di milioni di case in tutto il mondo, è stata così chiusa nei confronti della possibilità di far “girare” sul proprio apparecchio altri contenuti che non fossero quelli distribuiti dal fornitore del servizio stesso.

Certo, nel tempo i difensori di Apple hanno sempre detto che comunque la musica e poi i film e i telefilm erano acquistabili o noleggiabili sullo store di Apple che provvedeva a fornirli in streaming a qualità crescente e senza bisogno di spazi per l’archiviazione (le Apple Tv nere avevano una memoria di massa non accessibile da 8 GB, integralmente gestita dal sistema) ma mancava ancora qualcosa.

Se n’era accorta anche Apple che ha lavorato a lungo all’ipotesi di un nuovo apparecchio, con voci e indiscrezioni che si sono susseguite nel tempo (anche nella biografia di Steve Jobs scritta da Walter Isaacson, in cui Jobs pochi mesi prima di morire afferma che “finalmente abbiamo risolto questo problema”) puntando ora a mirabolanti prodigi tecnologici e ora ad apparecchi televisivi ad altissima risoluzione tratti dall’esperienza nel campo dei monitor per Mac e iPad.

La verità è molto diversa: Apple lavorava sulle commonality fra la sua piattaforma iOS (iPad e iPhone) e quella di Apple Tv. Stesso processore di un iPad e app scaricabili da uno store in cui si trovano quelle per iPad con poche modifiche per renderle “native” al contesto della tv: meno del 2% di cambiamenti per trasformare ad esempio un gioco come Space Age o come Rayman da iPhone/iPad ad Apple Tv, sulla quale gira la variante TvOs del sistema operativo iOS degli apparecchi Post-PC di Apple.

E adesso la Apple Tv, leggermente più “alta” ma sempre nera e semicilindrica, presenta due sostanziali novità. Un nuovo comando a distanza con superficie touch che fa da trackpad e la possibilità di essere usato come una “bacchetta magica” sulla falsariga dei comandi della console Wii di Nintendo, e l’app store interno.

Cambia molto ma non tutto. L’interfaccia rimane la medesima di prima: sullo schermo compaiono grandi rettangoloni che rappresentano le app. La differenza è che adesso gli utenti possono scaricare quelle che vogliono, comprese quelle a pagamento. La buona notizia è che gli sviluppatori, anziché proporre doppioni delle app a pagamento che magari uno ha già comprato su iOS, offrono la possibilità di scaricarle gratuitamente se sono già state prese sul telefono o sul tablet.

Ancora, l’offerta di servizi si è fatta più ampia. Tim Cook ha avuto ben chiaro che sono le app il metodo con il quale tirare dentro gli sviluppatori e arricchire l’ecosistema di Mac, iPhone e iPad, e replica l’esperienza anche su Apple Tv. Si trovano le app di Netflix e di Hulu, dei grandi del football americano e di quelli degli altri sport. Fino alle app per lo shopping. L’interazione è diversa da quella che si potrebbe avere su un tablet o uno smartphone perché comunque lo schermo della tv risulta meno agevole e la “bacchetta magica” più limitata ma i risultati sono sempre significativi. Il telecomando di Apple funziona bene anche come joypad per l’intrattenimento e Apple ha già lanciato uno standard per realizzare veri e propri joypad per gli appassionati di giochi, portando l’esperienza di uso della Apple Tv nella fascia meno potente delle console per l’intrattenimento videoludico dominato attualmente da Playstation 4 di Sony e da Xbox One di Microsoft, oltre a Wii U di Nintendo.

La cosa più sorprendente sono il numero esplosivo di funzionalità che adesso si possono utilizzare. Tim Cook ha chiarito che per lui il futuro della Tv sono le app, che poi è il modello di pacchettizzazione e gestione del software che ha costruito la base del dominio di Apple nel mondo Post-Pc, e la risposta è chiaramente positiva. Le app, quando ci sono (e nello store italiano ce ne sono molte meno che non in quello statunitense) fanno sentire la loro presenza in maniera pesante. La Apple Tv diventa un complemento di valore all’ecosistema di Apple, capace di intrattenere i bambini, di funzionare per tutta la famiglia (Apple ha progettato account personali utilizzabili da tutta la famiglia per rendere condivisibili ad esempio le app, la musica e i film e telefilm comprati).

Certo, funziona tutto se si usano i servizi di Apple. La musica, che sta avendo un relativo successo, permette di aver accesso a tutti i brani dal cloud e quindi non c’è più bisogno di sincronizzare telefono, tablet, computer e adesso la televisione. Stessa cosa per film e telefilm. Mentre le app comuni a iOs e Apple Tv ad esempio mantengono sincronizzati i loro dati attraverso iCloud.

Quel che manca completamente, ma è ben lontano dall’ambizione di Apple perlomeno in questo momento, è la possibilità di dare accesso a Internet tradizionale, cioè al web, tramite Apple Tv. Manca insomma un browser o la possibilità di leggere testi recuperati da Internet (come è possibile fare con varie applicazioni o modalità d’uso di Safari stesso). Questo perché il televisore è visto come una esperienza molto lontana da quella del computer, che sta alla destra dell’iPad e dell’iPhone. Invece, l’Apple Tv sta alla sinistra ed è più radicale nel pacchettizzare all’interno delle app, sotto il totale controllo dello store di Apple che si prende in carico i problemi di manutenzione e compatibilità futura, ma anche di gestione della connessione, di erogazione dei contenuti, addirittura di cosa tenere salvato fisicamente sul piccolo dispositivo di Apple.

Una delle novità tecnologiche dell’Apple Tv è infatti il suo rapporto con il cloud. Si sa, perché Apple ne fa un fattore di differenziazione del prezzo, che la Apple Tv di nuova generazione contiene 32 o 64 Gb di memoria. Ma non si può gestire. Viene invece dinamicamente assegnata dal sistema operativo a seconda di cosa l’utente ha comprato e di come la usa. Quindi, un gioco appena scaricato può in realtà essere tenuto sempre nel cloud e venir scaricato in tempo reale durante l’utilizzo, per aggiungere quelle parti (mettiamo, i livelli più avanzati) che non sono necessari all’inizio del gioco.

Ultima novità di Apple Tv che CorCom ha potuto testare utilizzando un account statunitense ma che non è ancora presente nella versione italiana (o in altre lingue) è la ricerca trasversale tramite Siri. L’assistente digitale di Apple sulla Tv raccoglie qualsiasi tipo di domanda, anche sui contenuti, e cerca ad esempio film con Rock Hudson o film di avventura non solo tra quelli presenti nello store di Apple ma anche negli store degli altri fornitori di servizi (come Netflix). E poi consente, oltre ad avere informazioni sul tempo e simili, di interagire con i contenuti: mettere i sottotitoli, tornare indietro di trenta secondi, chiudere il sistema spegnendo anche il televisore.

In conclusione, la storia della Apple Tv è più lunga di quanto non si creda anche se solo adesso sta diventando mainstream, probabilmente. È un apparecchio relativamente costoso, abbastanza innovativo e molto valido. Bisogna però fare una distinzione: il livello di servizi e di integrazione fornito dalla versione americana è molto più elevato di quello che si può ottenere adesso da quella italiana. È stato così anche in passato, ad esempio per la musica e poi per gli store di film e telefilm, che solo adesso hanno un buon quantitativo di titoli.

Invece, dove vince sicuramente, è non solo nell’interfaccia, ma anche nella possibilità di avere le app con le quali interagire con altre forme di contenuto. Se la Rai e Mediaset, se Chili e La7 volessero portare i loro contenuti su Apple Tv potrebbero guadagnare molto più che non un semplice posto sul telecomando del digitale terrestre. Si apre un mondo nuovo per la televisione, per i contenuti e per i fornitori di software e servizi che vale veramente la pena seguire. Molto già c’è, ma non sappiamo cosa sta per arrivare: potrebbe essere davvero tanto oppure poco, dipende dagli sviluppatori di terze parti.

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