Contratti smart e minori costi, ecco perché la Blockchain conviene

Da Ibm a Cisco, da Intel a Microsoft: la “piattaforma” piace alle aziende tecnologiche che hanno deciso di investire in progetti ad hoc. E il World Economic Forum stima che di qui a poco il 10% del Pil mondiale sarà legato alla blockchain

20 Set 2016

Antonio Dini

Uno dei primi big della tecnologia a prendere sul serio i blockchain è stata Ibm. L’azienda forse più antica e sicuramente più istituzionale nel mondo dell’hi-tech ha intuito per prima il potenziale dirompente di questa tecnologia. «Ibm – dice Jerry Cuomo, vicepresidente per blockchain e cloud di Big Blue – avrà successo in questo settore perché offre una suite completa di strumenti che permettono agli sviluppatori di realizzare velocemente le loro app con in più un servizio di mentoring online nel Bluemix Garage». Soprattutto però Ibm ha sposato in pieno la filosofia open source per lo sviluppo di blockchain: con la Linux Foundation e pesi massimi del mondo open ma anche dell’industria tradizionale come Intel , Cisco e JP Morgan, l’obiettivo è quello di mettere assieme la piattaforma tecnologica del futuro.

«Una delle applicazioni più interessanti – spiega Marley Gray, director del blockchain business development and strategy di Microsoft – è sicuramente quella in ambito finanziario ma non è l’unica». La piattaforma blockchain sviluppata da Microsoft (e messa in condivisione open su Github) si chiama Bletchley ed è un software-come-servizio erogato attraverso Azure, il cloud di Microsoft.

«Alcuni dei problemi non ancora risolti – dice Peter B. Nichol della MIT Sloan School of Management – rimangono quelli del possesso della propria identità da parte dei singoli soggetti, della scalabilità, dell’interoperabilità fra sistemi». Rincara la dose la CTO dell’Open Data Institute, Jeni Tennison, secondo la quale «la trasparenza e irreversibilità delle blockchain li rende inadatti per la gestione dei dati personali».

L’enfasi e l’attenzione dei grandi della tecnologia per i blockchain deriva dalle valutazioni sulla crescita del settore e dalle opportunità di business trasversali in grado di generare: secondo il Fintech 2.0 Paper, per il 2022 ci si aspetta che solo nel settore bancario l’utilizzo di tecnologie come blockchain possa ridurre i costi infrastrutturali delle transazioni interbancarie di 15-20 miliardi di dollari all’anno.

La possibilità di sostituire le autorità che si occupano di autenticare l’esistenza, l’autenticità e l’efficacia degli atti che pongono in essere una transazione (da noi in molti ambiti sarebbero i notai o altri pubblici ufficiali) sta seducendo anche interi stati. L’Honduras ha deciso di basare il suo catasto degli immobili e dei terreni utilizzando blockchain e di fatto tagliando fuori tutti i pubblici ufficiali necessari al suo esercizio.

Se ci sono però sistemi che hanno avuto grossi problemi (come Ethereum, il più grande progetto di criptovaluta dopo i Bitcoin che ha dovuto rimborsare milioni di euro ai suoi utilizzatori dopo che una drammatica falla di sicurezza ha mandato KO il sistema), questo non ha fermato né gli investimenti dei fondi nelle startup di settore né le mosse dei big.

Deloitte e ConsenSys pochi mesi fa hanno annunciato il loro progetto di creare entro l’anno la banca digitale Project ConsenSys, mentre il progetto R3 mette assieme una rete di 42 con tecnologia fornita da Intel e Ibm.

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E sempre sul versante economico c’è chi sta offrendo servizi assicurati: SafeShare Insurance offre piani assicurativi basati su blockchain per la sharing economy che a loro volta sono riassicurati con i Lloyds di Londra. E su un versante completamente diverso la Open University sta utilizzando come libretto digitale e matricola unica la tecnologia blockchain per i suoi studenti: dal pagamento delle tasse sino alla registrazione delle attività curricolari e dei voti, ma anche il deposito garantito degli esami e delle tesine, tutto appoggiato sulla tecnologia transazionale di blockchain.

Da questo punto di vista forse il tentativo più interessate sono gli “smart contracts”, i contratti intelligenti basati blockchain. Si tratta di contratti veri e propri in cui il modello transazionale crittato e distribuito serve ad accertare in modo automatico che tutti gli adempimenti previsti vengano effettivamente realizzati. «Gli smart contracts – dice l’avvocato Josh Stark responsabile legale dei Ledger Labs – si riferiscono all’utilizzo del codice informatico per articolare, verificare ed eseguire un accordo tra le parti. Mentre un contratto normale è realizzano utilizzando il linguaggio naturale, i termini dei contratti intelligenti sono espressi in codice, simile ad un linguaggio di programmazione come JavaScript o HTML, ed eseguiti dal computer».

Essendo codice, se la piattaforma sulla quale viene eseguito è “fidata” e sicura, ecco che le parti possono fare a meno di notai, giudici e pubblici ufficiali o anche solo testimoni per portare avanti i propri affari.

Per questo il World Economic Forum si spinge a sostenere che «il 10% del PIL mondiale presto sarà appoggiato sulla tecnologia blockchain».

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