Censis: boom di telefonia e nuovi media. Resiste la Tv tradizionale

Crollo dei consumi di libri e quotidiani, rimpiazzati da prodotti e servizi telefonici cresciuti del 145%. Sette italiani su dieci usano internet e sempre più si fidano di social network, tv all news e giornali online. La Tv sfiora il 97% della diffusione, ricavi delle piccole emittenti in declino

04 Dic 2015

Andrea Frollà

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Gli italiani risparmiano su tutto, ma non sulla tecnologia e soprattutto su quella mobile. È questa una delle indicazioni sulle tendenze di consumo che emerge dal 49° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese. Dal 2007 al 2014, mentre i consumi complessivi sono scesi del 7,5% affossati dal crollo dei libri (-25,3%) e dei quotidiani cartacei (-31%), la voce telefonia ha registrato un aumento del 145,8% superando i 26,8 miliardi nell’ultimo anno.

Così, crescono a doppia cifra gli smartphone (+12,9%) oggi nelle mani della metà degli italiani, e i tablet utilizzati da quasi 3 persone su 10. Di pari passo aumenta anche la diffusione dell’uso di Internet: gli utenti della rete sono aumentati del 7,4%, arrivando al 70,9% degli italiani.

Una tendenza dettata dal fatto che sempre più cittadini ritengono il mobile un ottimo mezzo per diminuire l’intermediazione e quindi risparmiare in molti ambiti.

Si naviga infatti per informarsi, prenotare viaggi e vacanze, acquistare beni e servizi, guardare film o seguire partite di calcio, svolgere operazioni bancarie o entrare in contatto con le amministrazioni pubbliche. Tutte operazioni che permettono di sprecare meno tempo e spesso risparmiare anche qualche spicciolo. Spiccano infatti le piattaforme telematiche che permettono di superare la mediazioni di soggetti tradizionali.

“Si sta così sviluppando una economia della disintermediazione digitale che sposta la creazione di valore da filiere produttive e occupazionali consolidate in nuovi ambiti”, sottolinea il rapporto del Censis che ha analizzato anche lo stato dell’informazione in Italia.

Il dato principale che merita attenzione è la forte crescita di fiducia nei nuovi media: per il 33,6% degli italiani è infatti aumentata la credibilità dei social network, per il 31,5% quella delle tv all news, per il 22,2% e per il 22% rispettivamente quella dei giornali online e degli altri siti web di informazione. Fiducia che si basa principalmente sul linguaggio chiaro, seguito dall’indipendenza dal potere e dalla professionalità della redazione. Oltre naturalmente all’aderenza oggettiva ai fatti e alla rapidità di aggiornamento delle notizie.

Se i nuovi media si “fregano le mani”, anche la televisione dorme sonni tranquilli, confermandosi regina dei consumi mediatici degli italiani: nel 2015 la quota di telespettatori si è avvicinata fortemente alla totalità della popolazione, toccando il 96,7%. Un primato sul quale ha inciso, seppur in misura ancora contenuta, lo sviluppo della web tv (+1,6%) e di quella mobile (+4,8%). Gli italiani continuano a mostrare anche una certa passione per la tv satellitare, che si trova oggi nel 43% delle case.

Soffrono invece le emittenti locali, che registrano una grave flessione dei ricavi: dopo la crescita del periodo 1996-2006 (da 223 a 335 milioni) e il boom del 2996 (647 milioni) del 2006 le tv locali hanno registrano 409 milioni di fatturato nel 2013. Pesa fortemente il calo della raccolta pubblicitaria, che dal 2011 al 2011 è scesa da 329 a 287 milioni.

Anche per la radio si conferma una larghissima diffusione di massa (l’utenza complessiva corrisponde all’83,9% degli italiani), con una crescita del 2% dell’ascolto tramite telefoni cellulari e internet.

Particolarmente interessanti le indicazioni sulla sharing economy, che registrano secondo il rapporto “un cambio di passo rispetto al passato” dettato dalla “rottura del legame tra il possesso del bene e il suo utilizzo”. Sempre più diffusi anche gli altri nuovi stili di vita digitali, come l’home banking praticato ormai dal 46% degli italiani connessi online. Non mancano però indicazioni negative sotto il punto di vista del cyberbullismo, denunciato dal 6 dirigenti scolastici su 10.

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