MERCATO

Cloud, Apple dice addio a VMware

La Mela non sta rinnovando il contratto di licenza per i server: “Meglio l’open source”. L’alternativa è l’emergente Kvn

07 Ott 2015

Antonio Dini

Una briciola, un’inezia che potrebbe trasformarsi in una valanga. Le fonti sono indirette, perché Apple solitamente non rivela notizie sui suoi fornitori di tecnologia, anche se nel tempo sono emerse varie informazioni rilasciate da dirigenti dell’azienda (e dallo stesso Steve Jobs) su forniture come quella di SAP per i gestionali e di Oracle per altre tecnologie. Si tratta del backoffice di un’azienda, ma non una come tante, perché Apple è il colosso dei colossi in termini di capitalizzazione di mercato o di penetrazione e riconoscimento del brand ma tra i big della tecnologia è atipico. Non ha fatto – sinora perlomeno – prodotti per i server delle aziende su grande scala: a listino c’è ormai solo una versione “server” del suo sistema operativo che costa 25 euro ed è sostanzialmente una piccola consolle di controllo delle funzionalità di Unix sottostanti OS X.

Invece, le sue scelte tecnologiche per costruire il suo gigantesco motore del cloud, che Apple chiama iCloud e che gestisce quasi mezzo miliardo di utenti, sono state finora molto diverse da quelle di Google, Facebook, Microsofte Amazon. Tecnologie di terze parti anziché fatte in casa, sistemi commerciali, scelte “da azienda normale” anziché da primario fornitore di tecnologia. Con una componente strategica, cioè la virtualizzazione server e il cloud management, basato sulle soluzioni di VMware, società del gruppo EMC.

Oggi, secondo CRN, Apple avrebbe deciso di non rinnovare più il contratto e chiudere la fornitura. I tempi tecnici e i passi sono ovviamente lunghi e complessi, ma in totale non si tratterebbe di un contratto eccessivamente costoso, almeno vista la scala di Apple. Venti milioni di dollari all’anno per avere a disposizione le tecnologie che fanno girare gli ingranaggi sopra i quali Apple ha costruito la sua piattaforma cloud, cioè lo strato di virtualizzazione e gestione intermedi (in altri tempi si sarebbe chiamato “middleware”) che sta tra i server di Apple e i suoi servizi erogati ai clienti.

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La scelta di Apple, confermata da più fonti diverse, seguirebbe la decisione di passare a KVM, la Kernel-based Virtual Machine che sta nel frattempo emergendo come alternativa a basso costo e alta performance all’hypervisor ESXi di VMware. Dietro la decisione c’è certamente anche anche una valutazione strategica visto l’alleanza con Ibm, che assieme a Red Hat è uno dei più grandi sponsor della KVM e che ha stretto con Apple un accordo strategico a molti livelli sia per la fornitura di computer che per l’utilizzo delle tecnologie hardware Apple come base della piattaforma “fisica” del cloud ibrido di Ibm, con meccanismi per la creazione di app per i clienti.

Soprattutto però, oltre al merito, c’è una questione tecnica più complessa che ha a che fare con le esigenze tecnologiche di Apple e quelle messe in campo dai suoi concorrenti. VMware si starebbe facendo la fama di essere costosa e performare meno di quanto non si potrebbe fare con altri sistemi open source. Per questo Apple si è diretta verso KVM dopo aver valutato anche l’alternativa di OpenStack (dietro la quale c’è però anche la sponsorizzazione importante di Google e Facebook, insieme a decine di altre aziende tra cui Intel, Ibm, Oracle, Fujitsu e Huawei).

Apple ha bisogno di scalare più rapidamente, potenziare i suoi servizi cloud e potenzialmente unificarli. Dietro Siriad esempio c’è Mesos, gestore di cluster server in open source che gestisce una infrastruttura dedicata al sistema di intelligenza artificiale dell’azienda di Cupertino. Un domani bisognerà invece che Siri possa scalare ed entrare “dentro” i contenitori di informazioni, rete e calcolo dell’azienda in modo nativo. Sfide che Amazon Web Services, Google e Facebook stanno già affrontando con relativo successo. Per una azienda con la capitalizzazione di mercato pari al PIL di un paese europeo di media grandezza, anche solo la spesa di 20 milioni per una componente software della sua architettura, una briciola sul totale, può essere la goccia che fa traboccare il vaso. Non è la quantità dell’investimento, insomma, a definirne la sua importanza strategica.

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