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Datacenter, il futuro è all’insegna della cloudyfication

Trasformare l’infrastruttura per gestirla e modificarla da remoto sarà il trend del 2016. Si evolve anche l’outsourcing: più co-location per mettere in comune lo spazio, l’alimentazione e la climatizzazione

28 Lug 2015

Antonio Dini

Arriva l’estate e c’è – alle volte – il tempo per tirare il fiato in azienda. E magari pensare a piani strategici, riflettere su come far partire alcuni progetti innovativi. Uno di questi è la trasformazione del datacenter. Il centro di calcolo odierno può essere gestito internamente o dato in outsourcing, ma non solo. Le soluzioni a disposizione stanno diventando sempre più ricche e articolate. A questo punto, le domande non sono più solo tecnologiche ma anche di altra natura.

La prima è di tipo finanziario: è più desiderabile avere un servizio interno o vale la pena rivolgersi verso l’esterno? La domanda fondamentalmente coinvolge due tipologie di spesa differenti: Capex oppure Opex. Spese di capitale per acquistare le tecnologie, le competenze, i macchinari e anche gli spazi necessari alla creazione di un proprio datacenter di proprietà (anche se alcune di queste spese possono essere mitigate ad esempio con soluzioni di acquisto di propri server da tenere in strutture specializzate che li ospitano), oppure trasferire il costo del server sui servizi, quindi sulle spese operative, con costi mensili, pay-per-use, affitto e tutto quel che è connesso con il cloud?

Secondo la società di consulenza Vanson Bourne nel 2016 l’approccio all’outsourcing della tecnologia passerà attraverso il modello della Colocation. Si tratta di un modello più evoluto rispetto a quelli di housing-hosting, e prevede la messa in comune di molti degli elementi di un datacenter, come lo spazio innanzitutto, ma anche l’alimentazione e la climatizzazione/raffreddamento dei server. Gli “affittuari” portano i loro server, hanno accesso alle parti della struttura in cui ci sono i loro apparecchi. Il modello precedente di hosting era basato sull’idea di affittare server fisici, ed è invece più simile all’housing.

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Per adesso i modelli di colocation sono ancora piuttosto “ruvidi”, ma l’idea è che in prospettiva avranno sempre più spazio, anche perché, sostiene Vanson Borne, è dove si sta dirigendo il mercato in questa fase.

Soprattutto, fanno la differenza la possibilità di scalare e aggiungere sistemi in maniera automatica. Per arrivare a questo tipo di risultati però è necessario quello che viene chiamato “cloudifying” del datacenter. Cioè la trasformazione dell’infrastruttura di gestione in maniera tale che possa essere gestita e modificata dinamicamente da remoto. Questo sia per quanto riguarda la parte software ma anche per la gestione dello strato hardware. L’automazione, la possibilità di avere una visione analitica e di creare sistemi di monitoraggio e gestione di tutti i servizi e strumenti anche hardware porta alla creazione di quell’IT Ibrido, come viene definito da alcuni analisti, che rivestirà un ruolo sempre maggiore nel sempre più complesso puzzle del datacenter del futuro. In una visione centrata sul cliente, dal punto di vista del mercato dei datacenter, questa però è la strada verso la quale si sta andando.

La capacità di muovere i carichi di lavoro attraverso sistemi di colocation e il cloud pubblico è poi il punto di arrivo finale di questo processo che nasce con la cloudifycation del datacenter.

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