CLOUD

La guerra della memoria ora si sposta sulla Nuvola

Il primo hard disk fu inventato oltre 60 anni fa da Ibm e il problema dell’archiviazione dei dati è sempre più centrale. La battaglia per la conquista di un mercato che vale oltre 150 miliardi di dollari e che continua ad attrarre tutti i grandi e piccoli produttori di tecnologia

25 Set 2015

Antonio Dini

Quanto costa un hard disk tra le nuvole? Sempre meno, tendenza zero. È la guerra del cloud, che vede diminuire il costo (e quindi il prezzo per gli utenti finali) adesso anche della parte di archiviazione dei dati. Prima Drobox e Box, poi Google, quindi Amazon e Microsoft adesso anche Apple. Le offerte commerciali B2B e B2C di archiviazione dati sono sempre più economiche. Gigabyte regalati o svenduti a pochi centesimi al mese. «E pensare – dice Mattia Monga, docente di informatica all’Università Statale di Milano – che una volta la memoria di massa si pagava molto cara. Per qualche megabyte erano necessari centinaia di migliaia di dollari».

Invece, progresso tecnico, avanzamenti nella ricerca ed economie di scala hanno fatto sì che i costi marginali divenissero sempre più bassi. L’hard disk inventato da Ibm e messo in commercio il 13 settembre del 1956 come componente di memoria del sistema 305 Ramac era capace di archiviare su 50 piatti rotanti da 61 centimetri la bellezza di cinque milioni di segnali a 6 bit, pari a 3,75 Megabyte. Una memoria che occupava lo spazio di una lavatrice e che oggi è praticamente irrilevante. Il prezzo? Era talmente cara che non era neanche in vendita: bisognava affittarla a 3200 dollari al mese.

A partire da quasi 60 anni fa di strada ne è stata fatta. Più memoria a meno e fatta meglio. Accanto ai dischi magnetici ci sono i magneto-ottici, le unità a nastro e cassetta, i sistemi allo stato solido. Rispondono ad esigenze e tipologie di prezzo diverse: archiviazione dei dati in grandi volumi per backup offline o near-online, sistemi di lavoro ad alte prestazioni: far vedere un film 4K senza ritardi, avviare un Ultrabook in meno di dieci secondi oppure avere online un database per un sistema ad alta performance. La vera guerra, però, sta avvenendo nella nuvola grazie alle strategie dei grandi attori. «Google, Amazon, Microsoft e Apple – spiegano gli analisti di Markets and Markets – offrono servizi cloud differenti, ma basati su alcuni assunti di base»: parliamo di calcolo, networking e archiviazione dei dati. E, mentre Steve Jobs in una delle sue ultime apparizioni pubbliche aveva dichiarato che “il cloud è qualcosa di più che non un hard disk tra le nuvole”, il mercato invece sembra averlo smentito clamorosamente. Ci sono i servizi, serve la banda passante per erogarli, ma fondamentalmente il problema di dove archiviare i dati rimane centrale. E nella nuvola gli hard disk costano sempre meno.

Prima di diventare Ceo di Microsoft Satya Nadella aveva creato Azure, il sistema cloud dell’azienda, e ha ben chiaro che il futuro di Microsoft si basa proprio sulla capacità di utilizzare quella piattaforma nel migliore dei modi. Per questo Nadella ha cominciato a preparsi alla guerra delle nuvole da tempo, con una strategia di potenziamento dei servizi e della capacità che prevede anche un sensibile abbassamento dei prezzi. E non c’è solo lui.

«Il nostro obiettivo – ha dichiarato il Ceo e cofondatore di Dropbox, Drew Houston – è quello di consentire alle persone di lavorare assieme in modo più semplice grazie a Dropbox». Come conseguenza l’azienda fondata da Houston con Arash Ferdowsi nel 2008 grazie all’acceleratore di impresa Y Combinator di Paul Graham, ha cominciato a semplificare la sua offerta e abbassare i prezzi. Box, l’azienda concorrente equivalente ma orientata al mercato B2B, ha fatto lo stesso cercando anche partnership per conquistare più clienti offrendo in cambio spazio di archiviazione. Nella guerra del cloud Amazon considera lo “storage” (lo spazio di archiviazione) dei suoi clienti quasi come un benefit mentre si fa pagare per il consumo di Cpu (calcolo) e l’uso della banda (networking). E Google continua a far girare i contatori dei suoi sistemi di archiviazione integrati con la posta elettronica Gmail, aumentando automaticamente la capacità delle caselle di tutti.

In parte queste strategie dipendono dal modello di business imperante in questo momento: il freemium, che prevede di dare il servizio gratuitamente al 90% dei clienti (la parte “free”) e guadagnarci con quel 10% che paga per avere servizi maggiori (la parte “premium”). Ma non c’è solo questo. Fra le tre componenti del cloud, quella dell’archiviazione diventa sempre più importante perché gli esseri umani si stanno rivelando dei favolosi produttori di byte, più che dei consumatori di cicli di Cpu. «Siamo stati i pionieri del mercato dello storage cloud – ha dichiarato Dennis Woodside, Chief Operation Officer di Dropbox – e solo adesso i nostri avversari hanno capito quanto sia importante e si stanno focalizzando di più. Ma sono fiducioso che per il nostro modello di business le opportunità più grandi debbano ancora arrivare».

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La guerra del cloud si combatte dunque nelle trincee dell’archiviazione dei dati, abbattendo i prezzi. La posta in gioco però è un’altra. La conquista più ambita è il vertice di un mercato che secondo Forrester può arrivare a valere più di 150 miliardi di dollari e che attrae come una calamita tutti i grandi (e piccoli) produttori di tecnologia.

Colossi dell’intrattenimento come Netflix o anche l’italiana Chili hanno con Amazon, Akamai e altri un rapporto strettissimo per la collocazione degli asset digitali nel cloud, mentre non passa quasi giorno che non venga proposto un nuovo standard o un nuovo componente che gioca un ruolo chiave nel funzionamento e nella possibilità di collegare assieme “nuvole” diverse e magari parzialmente in competizione.

I prezzi si abbassano e c’è chi prevede che il Terabyte nel cloud presto sarà gratuito.

Anche i più prudenti cominciano a pensarlo.

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