Metcalfe: “Il Mooc è la scuola del futuro e il codice la lingua universale”

Il professore di Innovazione dell’Università di Austin: “Nessuno ha ancora capito quale sia il mix giusto fra aula e insegnamento a distanza, ma una cosa è certa: servono tutti e due”

22 Gen 2016

Antonio Dini

Il mondo sta cambiando. Il codice sta diventando la lingua franca del futuro e una delle tecnologie più sovversive è la scuola, anzi quel che la sostituirà con i nuovi modi di insegnare e di apprendere grazie a internet. Sono i “corsi aperti online su larga scala”, in inglese Massive Open Online Courses, in breve Mooc.

«Io credo che il sistema universitario americano sia in declino, la scuola secondaria da ancora più tempo. E sono convinto che i Moocs stiano cambiando tutto, in maniera disruptive, innovativa e dirompente al tempo stesso». Robert Metcalfe, da quarant’anni Bob per tutta la Silicon Valley, è l’ingegnere che, negli anni Settanta quando lavorava allo Xerox Parc di Palo Alto, ha inventato la Ethernet. Da questa singola idea sono nate le reti locali come le conosciamo oggi e una delle tecnologie più sofisticate e diffuse per Internet, le Carrier Ethernet, che oggi sono l’infrastruttura tecnologica sulla quale poggia l’offerta B2B degli operatori telefonici di tutto il mondo. Ma Bob Metcalfe, che poi ha fondato la 3Com venduta ad Hp pochi anni fa e che di lavoro adesso fa il professore di innovazione all’università di Austin, a 69 anni è tutt’altro che a riposo.

«Stiamo lavorando duro per dare un sistema educativo che funzioni alle prossime generazioni di americani, perché la scommessa è fondamentale: se chi va a scuola oggi non impara bene, tra venti anni l’Americana avrà un problema». Corcom lo ha incontrato per questa intervista esclusiva a Dallas, durante l’evento Gen15 organizzato dal Metro Ethernet Forum.

Quindi basta investire nei Moocs e spostare l’insegnamento dalle aule alla rete?

Tutt’altro. Nessuno ancora ha capito quale sia il mix giusto tra presenza in aula e insegnamento a distanza. Una cosa è certa, però. Servono entrambi. Preparano oltretutto gli studenti al domani.

In che senso preparano al domani?

I lavori che i giovani andranno a fare domani sono molto diversi da quelli di ieri e da buona parte di quelli di oggi. Con la rete e gli strumenti di mobilità si lavorerà sempre meno in ufficio, sempre meno basandosi sul cartellino, sempre più sui progetti e gli obiettivi.

Questo sta già succedendo oggi, no?

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In più però ci sarà un’organizzazione basata su tecnologie e metodi collaborativi: i problemi del futuro non sono più risolvibili dai singoli. Servono gruppi orizzontali con talenti e competenze multidisciplinari. E serve una lingua franca.

L’inglese?

No, il codice. Non so quale linguaggio di programmazione, probabilmente lo pseudo-codice, un modo di formalizzare gli algoritmi e i programmi ad alto livello in maniera tale che ne siano evidenti i principi operativi. Lo pseudocodice, che usa le convenzioni di un linguaggio di programmazione pur senza esserlo realmente, potrebbe diventare la lingua franca del futuro. Le faccio l’esempio di mio figlio.

È un ingegnere anche lui?

No, ha studiato disegno, è un grafico. Ma ha capito che per lavorare aveva bisogno di parlare la lingua di chi lavorava con lui. Ha imparato il Python, un linguaggio di scripting usato sul web. Non è diventato un mago, ne ha una conoscenza semplice, ma che gli consente di capire ed esprimersi con i programmatori web con i quali lavora tutti i giorni. È stato molto intelligente a fare questa scelta, professionalmente gli ha aperto subito molte opportunità pur continuando a fare quel che è bravo a fare, cioè disegnare.

Dobbiamo tutti imparare a programmare?

Sì. Non è necessario diventare programmatori o comunque essere bravi a programmare. Però bisogna capire che programmare è un modo di pensare. E le persone hanno bisogno di capire questo modo di pensare perché il software è ovunque, è pervasivo. Non puoi essere un innovatore, ma neanche un imprenditore o un dirigente se non capisci questo modo di pensare. Programmare è un’arte liberale, un modo di pensare, un processo, che tutti dovrebbero poter seguire e capire.

Quali sono le tecnologie che stanno cambiando il nostro modo di lavorare? Ha già citato la mobilità, poi cosa c’è? Il cloud?

Il cloud è una cosa diversa, ma non nuova. È una evoluzione dell’oscillazione tra centralizzazione e decentralizzazione del modello di computing. Non è niente di radicalmente nuovo, sono ricorrenze come lo è quella tra organizzazione funzionale e a linea di prodotto.

Vedo che al polso ha un Apple Watch nero. La novità è quella, la Internet of Things?

Lo sto guardando con beneficio d’inventario. Vediamo se varrà qualcosa davvero. Però intanto a me ha salvato la vita

In che senso?

Questo orologio misura le pulsazioni. Io soffro di aritmie gravi. Un giorno mi ha segnato 38 battiti al minuto. Pochi minuti dopo, più di 135. Stavo bene, ho pensato fosse rotto l’orologio. Invece aveva ragione lui. Ho chiamato il mio cardiologo che mi ha detto: “stai fermo dove sei, ti mando l’ambulanza”. In due ore mi ha operato e poi mi ha spiegato che, se non avessimo avuto quell’allarme, probabilmente avrei avuto un infarto entro un paio di giorni al massimo.

Questa è vera innovazione?

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In realtà ci tengo più a dirle che cosa non è innovazione: quando c’è troppa regolamentazione, perché rallenta i processi, non c’è innovazione. E quando non c’è la sicurezza, che può rallentare per i motivi opposti, non c’è innovazione. E poi le persone: sono molto pochi quelli che possono dire di avere una visione completa, da fondatore di azienda. Ma c’è innovazione anche quando si ha una visione da team: chi sa giocare bene in squadra trova sempre modo di andare avanti e crescere. Molto più di quanto non possa immaginarsi. E probabilmente innova.

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