IL RAPPORTO

Security manager e business analyst: ecco i professionisti più ricercati nell’Ict

Lo rivela la 2a edizione dell’Osservatorio Competenze Digitali, condotto dalle associazioni più rappresentative del settore (Aica, Assinform, Assintel e Assinter Italia) e promosso dall’Agid. In aziende e PA ancora poca formazione interna, nel privato maggiore copertura delle skill richieste

15 Gen 2016

Andrea Frollà

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Non ci può essere trasformazione digitale senza le giuste competenze professionali. Quest’affermazione rappresenta un’ovvietà per chi si occupa di innovazione, ma in Italia manca ancora una strategia di lungo periodo che coinvolga attivamente le aziende e i sistemi informativi. Colpa anche del digital divide che sicuramente non aiuta la “digital transformation”, ma nonostante le difficoltà si intravede uno spiraglio di luce che arriva dal nostro sistema imprenditoriale. A testimoniarlo è la seconda edizione dell’Osservatorio delle Competenze Digitali, condotto dalle principali associazioni Ict (AICA, Assinform, Assintel e Assinter Italia e promosso dall’Agenzia per l’Italia Digitale), realizzato da NetConsultingcube e presentato oggi a Roma.

Nello specifico della domanda professionale che arriva dalle azione dell’Ict, spicca la richiesta di figure come il Security Specialist, l’Enterprise Architect, il Business Analyst. Nelle aziende utenti e nella PA sono invece il Cio, il Security Manager, il Database Administrator e il Digital Media Specialist, l’Enterprise Architect, il Business Information Manager, l’Ict Consultant e il Business Analyst.

Le aziende e la Pubblica amministrazione, evidenzia la ricerca, sono infatti altamente consapevoli (circa l’85% dei rispondenti) dell’impatto della “digital transformation” e della necessità di adeguare le competenze digitali. Soprattutto alla luce dei nuovi trend come quelli legati a mobile, cloud, e-payment, digitalizzazione di flussi e processi, business analytics e IoT.

Il livello di copertura delle competenze, definite sulla base del sistema europeo e-Competence Framework, viene misurato come simultanea presenza di tutte le componenti necessarie. Sotto questo punto di vista il panorama è molto variegato: si passa dal 73% nelle aziende Ict al 67% nelle società in house di Regioni e Province Autonome. Indice al 48% nelle aziende utenti, al 41% nella PA Centrale e al 37% nelle pubbliche amministrazioni locali.

Per quel che riguarda i canali di reclutamento prevalenti, le aziende Ict prediligono il network personale-professionale (70% circa delle aziende interpellate), mentre le aziende utenti preferiscono affidarsi principalmente alle società di ricerca e selezione (più del 50% delle aziende utenti). Nella PA si ricorre soprattutto al concorso pubblico (100% della PA Centrale e oltre l’80% della PA Locale).

La crescita delle competenze interne, che permette di garantire nel tempo un’evoluzione alla digital transformation delle business uniti, è basata soprattutto sul training on the job (oltre il 90% degli Enti Centrali, 75% di quelli Locali, 80% delle aziende utenti, 87% delle aziende ICT). Fanno eccezione le società Ict in house di Regioni e Province Autonome, che più di tutte ricorrono a corsi di formazione. Eppure, in generale, le giornate dedicate alla formazione sono pochissime: la media è di 6,2 giornate annue pro-capite nelle aziende Ict, 4 nella Pa, 3 nelle aziende utenti.

Le lauree più accreditate sono Informatica/Scienza dell’Informazione, unitamente ad altri indirizzi di Ingegneria. Sia presso le aziende del settore ICT che presso quelle della domanda sono infatti queste le lauree che rispondono meglio alle variegate sfide che l’evoluzione digitale comporta.

Le retribuzioni nel settore Ict, che costituiscono uno specchio dell’andamento del mercato, sono un punto che certamente non brilla: sono infatti più basse rispetto alla media generale, soprattutto per i livelli decisionali (dirigenti -1,2%, quadri -2,9%), mentre se la cavano meglio gli impiegati (+3,6%). Anche se nel 2014 c’è comunque stato qualche segnale di miglioramento: la retribuzione media nel 64% dei casi è stata superiore all’1%; nel 24% un calo tra l’1% e il 5%; nel 12% dei casi nessuna variazione sensibile.

Infine, in tema di collegamento scuola-lavoro, lo studio rileva che il 60% delle aziende (Ict e utenti) e degli Enti ha rapporti continuativi con il mondo accademico. Legami finalizzati prevalentemente ad assorbire risorse già formate per attività di stage, nonché di supporto a tesi di laurea sperimentali. Poche infatti sono le realtà che partecipano ai comitati di indirizzo dei corsi di studio. I rapporti con gli istituti tecnici e quelli di istruzione secondaria sono invece scarsi: solo il 27,3% delle aziende ICT e il 22% di aziende utenti ed Enti Pubblici li dichiarano.

Alla luce di questi dati, è chiaro che serve una condivisione strategica per amplificare e velocizzare il dialogo tra mondo dell’istruzione e del lavoro. È necessario, spiega l’Osservatorio, “accelerare la definizione di una rinnovata normativa per gli Istituti e la formazione tecnica superiore, realizzare una piattaforma nazionale dei contenuti didattici digitali, introdurre innovativi percorsi di formazione accademici, promuovere attività di tutoraggio extra curricolari”.

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