INTELLIGENZA ARTIFICIALE

Un algoritmo disegna la prima mappa digitale degli oceani

Realizzata da National Ict e Università di Geoscienze in Australia la nuova “carta” permette di aggiornare in tempo reale le variazioni nella composizione di sedimenti e ecosistemi. “I big data ci permetteranno di prevedere gli effetti dei cambiamenti climatici”

13 Ago 2015

Non è un patchwork, quello nella foto, ma la prima mappa digitale degli oceani. Realizzata dalla National Ict Australia (Nicta) e l’University of Sydney School of Geosciences, è stata sviluppata grazie a un algoritmo ini grado di trasformare 15mila osservazioni di sedimenti in mappa digitale continua. Il primo “censimento” è stato pubblicato sulla rivista online Geology.

“Per realizzare il progetto abbiamo utilizzato un metodo di intelligenza artificiale chiamato support vector machine – dice Simon O’Callaghan, capo ricercatore presso la Nicta – che consente di vedere come i diversi tipi di sedimenti marini profondi si sono giustapposti nel corso del tempo. La nuova mappa cambia completamente la nostra comprensione della geologia degli oceani”.

La mappa più recente finora a disposizione degli studiosi era stata disegnato a mano più di 40 anni fa, agli albori della moderna esplorazione dell’oceano. “La differenza tra la nuova e la vecchia mappa è un po’ come paragonare una tundra arida a un paradiso tropicale esotico ricco di diversità – dice Adriana Dutkiewicz, ricercatore capo presso l’Università di Sydney -. La nuova mappa digitale di sedimenti fornisce un collegamento mancante per vincolare le relazioni globali tra il fondo del mare e la superficie del mare”.

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Oggi, dice O’Callaghan “i big data accoppiati ai vecchi dati ci permettono di prevedere meglio i cambiamenti climatici e le reazioni degli ecosistemi”.

“Per capire i cambiamenti ambientali negli oceani – spiega Dutkiewicz – abbiamo bisogno di conoscere meglio ciò che a livello geologico si è preservato nei fondali marini”. Questi, aggiunge, sono un “cimitero” di resti fossili di creature marine microscopiche chiamate fitoplancton. “La composizione di questi resti può aiutare a decifrare la risposta passata degli oceani ai cambiamenti climatici.

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