STRATEGIE

FacilityLive, sfida italiana a Google

Lotito: “Il modello algoritmico è vecchio, superato. Il nostro motore usa anche analisi lessicali”

16 Ott 2015

Mila Fiordalisi

Punta a diventare la prima unicorn nata e cresciuta sul territorio italiano, ma soprattutto a rivoluzionare il “searching” e l’accesso alle informazioni a livello mondiale la startup italiana FacilityLive. Fondata a Pavia da Gianpiero Lotito e Mariuccia Teroni, l’azienda a cinque anni dalla nascita (era il 2010) può contare su “numeri” più che interessanti. Con 15 milioni di capitale privato è la startup italiana più finanziata in assoluto. E vanta una valorizzazione per 225 milioni. Non solo: è la prima azienda non britannica ad essere stata ammessa all’Elite programme della Borsa di Londra. Ed è sulla base di queste credenziali che procede sulla sua strada, convinta di poter diventare una global company del software grazie a una piattaforma tecnologica che cambia il modo di fare searching basandosi su un modello “umano”, ossia tentando di riprodurre le associazioni mentali per affinare le ricerche e trovare esattamente ciò che si sta cercando. Una sfida che va oltre la semantica e soprattutto oltre Google. Sebbene Lotito non ami l’inevitabile “comparazione” con il motore dei motori, in realtà per capire dove va a parare la startup italiana è proprio da Google che bisogna partire, ossia da qual modello algoritmico che probabilmente ha fatto il suo tempo. “Il processo di ricerca standard – spiega Lotito – è tipicamente algoritmico, ossia l’informazione che viene fuori dalla ricerca è quella più rilevante. Ed anche il mainstream della semantica digitale di fatto è già superato: siamo di fronte all’analisi lessicale, a un confronto statistico fra pattern linguistici, un modo per “riparare” al difetto iniziale. Ma oggi l’informazione è distribuita fra tantissimi sistemi, sia riguardo alle fonti sia alla tipologia di informazione stessa: social network, video, e poi dispositivi mobili. E l’Internet of things amplierà ulteriormente gli orizzonti. Basti pensare che ad oggi Google è in grado di restituire attraverso il search appena il 3% delle informazioni disponibili online. Dunque non si può ragionare con la logica del “vecchio” motore”.

Facile a dirsi ma non a comprendersi fino in fondo. Perché il motore di Lotito per ora è un motore riservato all’universo business. Per ora. Perché nei programmi c’è anche una versione consumer, “ma sul lungo termine”, puntualizza il founder. Ma cosa se ne fanno le aziende di un motore del genere? A cosa serve davvero? “La nostra piattaforma riesce a restituire informazioni puntuali “interagendo”, ossia effettuando le ricerche in maniera dinamica sulla base del contenuto cercato. E aggrega tutte le informazioni. Si pensi all’utilità nell’ambito ad esempio dei servizi di customer care in cui l’operatore può ottenere tutte le informazioni di cui ha bisogno su ogni singolo cliente senza dover di volta in volta interrogare la macchina su singole questioni o rimandare a nuove ricerche”, spiega Lotito. Telco e banche i “target” privilegiati. E nel mirino c’è anche la PA e, più in generale, l’industria: “Anche nelle aziende tradizionali la gestione delle informazioni non riguarda più un asset immateriale ma materiale. E la qualità non è una peculiarità della algoritmic society”. Ma per Lotito la sfida è anche di tipo culturale.

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“Se lasciamo fare sempre agli altri, l’Italia e l’Europa non resteranno che la provincia del mondo”, dice nel raccontare la sua “visione”. Lotito è convinto che l’Europa sia alla vigilia di un Rinascimento digitale. Ma solo a patto di saper cogliere l’attimo. “Siamo di fronte a una congiuntura irripetibile – evidenzia -. C’è il progetto di Digital Single Market, stiamo uscendo dalla crisi e c’è grande fermento in tema di startup. E soprattutto si è capita l’importanza dell’intellectual property in quanto bene primario. Insomma ci sono tutti gli ingredienti affinché l’Europa possa invertire la rotta”. La sfida riguarda 540 milioni di citizen-consumer “che avranno bisogno di tecnologia europea”. “Ed è l’Europa ad aver bisogno di tecnologia europea altrimenti nel sistema mancherà sempre un pezzo fondamentale: il backbone industriale. E senza backbone industriale l’Europa non potrà mai essere innovator e resterà follower. E poi non lamentiamoci della fuga di talenti. La verità è che il talento attrae talento”. Con brevetti registrati in 43 Paesi al mondo Facility Live punta dunque a diventare una “best practice” continentale e non solo. La strada per diventare una piattaforma europea richiede tempi di sviluppo più lunghi rispetto ad una startup di e-commerce, per esempio. “Intanto si prepara a chiudere il 2015 con il primo single million deal: “Spero di poterlo annunciare a breve”, auspica Lotito.

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