LO SCENARIO

Ma cosa c’entra Google-Alphabet con le psicopatologie?

Il gruppo californiano ha assunto un luminare per “affrontare la sfida delle malattie mentali”. È la convergenza di scienza e tecnologia

17 Ott 2015

Marco Magrini

Dopo 13 anni, Thomas Insel, direttore del National Institute of Mental Health americano, abbandona il servizio pubblico per passare all’industria privata. La notizia, di qualche settimana fa, sarebbe passata inosservata se Insel fosse andato a lavorare per qualche gigante farmaceutico, come Pfizer e Novartis, oppure per qualche astro della biotecnologia, come Amgen o Genzyme. Invece la notizia ha fatto rumore perché il neurologo, esperto di malattie mentali, è andato a lavorare per Google. Anzi, per Google Life Sciences, che è parte di Alphabet, la nuova holding del gruppo di Mountain View.

Ma che c’entra Google con le psicopatologie? Una possibile risposta, l’ha data lo stesso Insel nella sua lettera di addio all’Institute of Mental Health: «La filosofia di Google è stata quella di affrontare problemi difficili con un impatto di dieci volte [rispetto al normale]. Io punto a colpire, dieci volte più intensamente, il problema della salute mentale». Così come Larry Page e Sergey Brin, hanno trasformato il web con il loro celebrato algoritmo, così la nuova Alphabet vuole trasformare il trasformabile. Cervello umano incluso.

La narrativa di «cambiare il mondo» è stata inaugurata molti anni fa da Steve Jobs, che attribuiva il pomposo obbiettivo già alle sue prime creature tecnologiche. Senonché, con la sequenza Mac-iPod-iPhone-iPad, c’è riuscito per davvero. Google, come dicevamo, ha bissato il successo. Al punto che quella narrativa è diventata parte della cultura internazionale dell’innovazione. La professano un po’ tutti, dalla cinese Xiaomi – l’astro nascente della telefonia cellulare – al business plan dell’ultima startup. Nel ventunesimo secolo però, il concetto – una volta epurato dalle esasperazioni (e dal marketing) – ha un senso. La contemporanea esplosione della tecnologia applicata alla scienza e della scienza applicata alla tecnologia, può oggettivamente moltiplicare le chance di impatti epocali sulla civiltà umana. Le frontiere della microelettronica, di big data, della genetica, della biologia sintetica, o delle neuroscienze a cui Google Life Sciences vuole dedicarsi, si stanno allargando e intrecciando così rapidamente che l’idea di moltiplicare per dieci l’impatto finale su prodotti e servizi non è poi così peregrina. Dopo Google News, i Google Glass e la futura Google Car, possiamo attenderci Google Brain?

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