Sconti in cambio di dati: così gli italiani si “svendono” online

Una ricerca dell’università Iulm svela il “valore” economico della privacy: basta uno sconto di poco più del 5% sul prezzo di prodotti o servizi per convincere a fornire le informazioni

14 Lug 2015

Domenico Aliperto

Quanto vale, o meglio quanto costa la nostra privacy? Che i dati sensibili stiano andando incontro a un processo di mercificazione, attraverso il quale sempre più spesso vengono scambiati con servizi (tipicamente) digitali, è sotto gli occhi di tutti. Ma fino a oggi nessuno aveva mai quantificato la propensione degli utenti a cederli in cambio di un valore percepito come congruo. Ci hanno provato Andrea Carignani e Lorenzo Negri, ricercatori dell’università Iulm di Milano, con l’indagine “Il paradosso della privacy nel mondo digitale: non voglio cedere i miei dati. Anzi sì… Dipende.”, che invece di misurare le intenzioni somministrando questionari teorici, ha monitorato il comportamento dei consumatori in transazioni reali.

Il risultato? Su 7.908 azioni richieste a un panel di individui – a cui è stato proposto uno sconto su un prodotto in cambio di una condivisione di informazioni personali – nell’85% dei casi è stato registrato un consenso. È sufficiente uno sconto medio del 5,75% sul prezzo per stimolare la cessione di dati come sesso, data di nascita, provincia di residenza, mentre occorrono sconti medi del 9,27% per accedere a e-mail, numero di telefono, nome e cognome, indirizzo preciso. La ricerca è stata svolta su nove campagne promozionali di altrettanti brand attivi in sei settori (bancario, charity, editoriale, Tlc, trasporti e utilities) ed è stata sostenuta dalla borsa di studio intitolata a Vincenzo Prochilo, direttore degli Affari istituzionali di Mediaset scomparso lo scorso aprile.

La tavola rotonda dedicata ai risultati dell’indagine, che si è tenuta ieri sera nella sede milanese della Iulm,è stata per l’appunto preceduta dal saluto a Prochilo di Fedele Confalonieri, presidente Mediaset, Giovanni Puglisi, rettore dell’ateneo e Rodolfo De Laurentiis, presidente Confindustria Radio Televisioni e ha visto poi confrontarsi rappresentanti dell’industria mediatica, delle istituzioni e della ricerca giurisprudenziale sul tema del privacy paradox. Di paradossale, però, c’era anche l’assenza al tavolo dei principali soggetti chiamati in causa, gli operatori Internet e gli OTT.

“Pur di avere il servizio e di entrare nel mondo che la tecnologia abilita, i consumatori si fanno stregare e accettano una serie di rischi su cui sono disposti a sorvolare”, ha esordito Gina Nieri, consigliere d’amministrazione Mediaset. “Tendiamo a pensare che i database in cui introduciamo le nostre informazioni siano separati, ignorando le società che aggregando i dati fungono da collettori e poi li cedono a soggetti terzi, spesso a nostra insaputa. In altre parole, oggi i diritti primari della persona sono disattesi, o non rilevano. Per questo dobbiamo invocare il diritto all’informazione oltre che alla privacy. A partire dalle scuole primarie. Ma serve in generale un grandissimo sforzo di pensiero su ciascun livello della società. I signori di Internet, tra l’altro, godono di tutte le libertà senza dover sottostare ad alcuna regola, mentre i media tradizionali seguono un’infinità di regole e e non hanno libertà. È questo il vero paradosso, anche dal punto di vista economico”.

Antonio Martusciello, commissario dell’Autorità Garante delle Comunicazioni, ha sottolineato tre elementi di riflessione. “Innanzitutto la ricerca ha messo in evidenza il fatto che fondamentalmente non si è a conoscenza del limite del valore delle proprie informazioni personali. Il secondo aspetto, conseguente, è che se i dati diventano oggetto di un mercato, allora si presuppone anche che vi debba essere un regolatore. E poi c’è il tema dell’identità digitale, che in questo contesto si rivela cogente, perché produce effetti incombenti. I modelli giuridici tradizionali non sono più sufficienti, d’accordo, ma non si capisce perché perché i diritti che vengono tutelati off line non debbano essere gli stessi di quelli tutelati on line. La verità è che oggi occorre una concezione della privacy dinamica: il diritto dovrebbe essere quello di sapere che fine fanno i dati inseriti in Rete”.

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Se per Ruben Razzante, docente di Diritto dell’Informazione alla Cattolica, “la giurisprudenza va più veloce dei legislatori, con i giudici nazionali che hanno fissato alcuni paletti attraverso sentenze imperniate sul principio che l’amplificazione dell’offesa on line è maggiore della diffamazione tradizionale”, Giuseppe Rossi, professore associato di Diritto comparato alla Iulm, ha fatto notare che “il problema principale della privacy digitale è che è fondata sul concetto di consenso e non su quello di scambio. Ma la cessione del dato è remunerata in servizi: la gratuità in Internet non esiste. Qui si impone una regola di equità nello scambio, dovremmo porci come obiettivo quello di portare alla luce lo scambio e regolarlo”.

E soprattutto “l’informazione dovrebbe rimanere al titolare di chi offre il servizio, senza essere divulgata a soggetti terzi, a maggior ragione se l’utente non ne è messo al corrente”. Così la pensa Davide Mondo, amministratore delegato di Mediamond, concessionaria di pubblicità di Mediaset e Mondadori.

“Le possibilità per cambiare la situazione ci sono, ma dobbiamo avviare un investimento strategico in termini di empowerment dei cittadini, per generare consapevolezza”, ha risposto Antonio Gaudioso, segretario generale di CittadinanzAttiva. “Ci troviamo di fronte a un nuovo mercato, ma è un mercato anomalo, perché privo di vera contrattazione data l’asimmetria informativa che lo contraddistingue”. Oltre all’educazione, secondo Gaudioso bisognerebbe impegnarsi anche su poche, semplici leggi di respiro internazionale che istituiscano un sistema sanzionatorio capace però di intervenire, nel caso, in modo esemplare.

“E in questo senso l’Europa è un po’ più avanti degli Usa”, ha precisato Giuseppe Busia, segretario generale del Garante della Privacy. “Ma dobbiamo ancora mettere a fuoco il fatto che i dati personali sono il fulcro di molti aspetti della vita dei cittadini. Qui non si tratta solo pubblicità: nella disattenzione generale stanno cambiando il modo di produrre e quello di consumare. E se un soggetto può influire sulla distribuzione delle notizie attraverso la targettizzazione delle informazioni, può influenzare l’opinione pubblica”. In altre parole, per Busia, i dati oggi sono al centro delle libertà democratiche di un Paese. “Noi da regolatori abbiamo la responsabilità di creare strumenti adatti a gestire le conseguenze della diffusione dei dati. Ma la chiave attorno alla quale deve ruotare il sistema è la consapevolezza degli utenti, che va necessariamente potenziata”.

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