AGENDA DIGITALE

Spid, Coppola: “La sentenza del Tar non rallenterà l’execution”

Ancora non è chiaro se il governo farà un nuovo decreto o interverrà solo sull’articolo annullato. Ma il consulente del ministro Madia per l’innovazione assicura: “L’esecutivo non intende frenare, qualunque decisione verrà presa in tempi rapidi”

22 Lug 2015

Federica Meta

“Non ci sarà nessun rallentamento nel progetto di Spid, semmai si allargherà la platea degli identity provider: chi ha già iniziato la sperimentazione potrà continuare e chi è interessato ad entrare nella partita, anche essendo un piccola azienda lo potrà fare”. Lo dice a CorCom Paolo Coppola, deputato Pd e consulente per l’Innovazione del ministro della PA e Semplificazione Marianna Madia, all’indomani della sentenza del Tar che ha annullato l’articolo 10 del decreto del governo che stabiliva a 5 milioni il minimo di capitale sociale delle imprese che volessero diventare identity provider.

Ancora non è chiaro come il governo – anzi il ministero della PA e Semplificazione, per essere precisi – intenda muoversi: se fare un nuovo decreto oppure intervenire sull’articolo annullato. Ma Coppola è convinto che la decisione sarà presa in tempi rapidi e che “molto dipenderà dalle motivazioni della sentenza”.

“Non credo affatto che il governo intenda frenare sull’identità digitale – spiega il deputato – Si tratta infatti di un progetto chiave del piano di Crescita digitale e la vera killer app della PA del futuro”.

Coppola non entra nel merito della sentenza, ma evidenzia i motivi che hanno portato il governo a mettere il tetto dei 5 milioni: “L’intenzione era quella di garantire elevati livelli di sicurezza, da punto di vista strutturale ed economico, a un progetto che ha in mano i dati sensibili dei cittadini ed evitare che lo Spid potesse diventare uno strumento di business. È chiaro che più un’azienda è piccola più potrebbe essere soggetta a problemi finanziari o avere difficoltà ad investire adeguatamente in security. Il capitale sociale a 5 milioni voleva evitare questo tipo di problemi”.

Ieri prima sezione del Tar del Lazio, presieduta dai Giudici Luigi Tosti, giudici a latere Correale e Perna, ha accolto il ricorso delle Associazioni Asintel e Assoprovider di Confcommercio, e ha annullato in sede di merito il decreto della presidenza del Consiglio dei Ministri, del 24.10.2014, pubblicato sulla G.U. n. 285 del 9 dicembre 2014, relativo al Sistema di identificazione pubblica Spid”.

Ad annunciarlo è Fulvio Sarzana, che aggiunge: “Il tribunale amministrativo regionale ha accolto in toto le censure articolate dallo Studio legale di Roma Sarzana e Associati, e ha annullato in particolare le prescrizioni contenute nell’articolo 10 del Decreto della Presidenza del Consiglio, relativamente ai requisiti necessari per esercitare le attività degli Identity Provider, per violazione dei principi di concorrenza e per eccesso di potere, parità di trattamento e non discriminazione”.

“L’iniziativa non era finalizzata a bloccare in alcun modo il processo legato allo Spid – commenta Sarzana – ma a rilevare una violazione dei principi di concorrenza rispetto alle piccole e medie imprese del mercato della PA. Se il Governo saprà cogliere i suggerimenti del Tar Lazio il mercato dello Spid si potrà allargare a tante piccole e medie imprese e perché no anche a piccoli enti locali”.

Nello specifico, il pronunciamento del Tar del Lazio riguarda il requisito fissato dal Governo per l’accreditamento degli identity provider, che per poter fornire le identità digitali avrebbero dovuto avere un capitale sociale di almeno 5 milioni di euro. Requisito, come quello dell’onorabilità, da cui erano invece esenti le pubbliche amministrazioni. Proprio facendo leva su questa “disparità di trattamento” tra pubblico e privato, e sul fatto che la soglia dei 5 milioni di euro sarebbe stata discriminatoria per tante piccole e medie imprese che invece avrebbero potuto dimostrare di possedere tutti i requisiti tecnici necessari, era nato il ricorso di Assintel e Assorpovider accolto dal tribunale. Rimane ora da capire come deciderà di orientarsi il Governo: se cioé deciderà di tenere in piedi l’impianto del dereto, semplicemente facendo a meno delle parti che il Tar ha giudicato illegittime, o se vorrà di nuovo mettere mano alla norma generale per riscriverla completamente.

“Il prescritto requisito di capitale sociale – recita la sentenza del Tar – pone un limite che non persegue nemmeno una finalità logica, considerato che l’articolo 4 del decreto impugnato, ai commi 2, 3 e 4, prevede che l’Agenzia adotti regolamenti per definire le regole tecniche e le modalità attuative per la realizzazione dello Spid, le modalità di accreditamento dei soggetti Spid, nonché le procedure necessarie a consentire ai gestori dell’identità digitale, tramite l’utilizzo di altri sistemi di identificazione informatica conformi ai requisiti dello Spid, il rilascio dell’identità digitale: e tali norme integrative già prevedono dei requisiti molto stringenti per l’esercizio dell’attività di identificatore, senza che aggiuntivamente si palesi la necessità di subordinare lo svolgimento della ripetuta attività al raggiungimento di una soglia così elevata di capitale sociale”.

“Il requisito – prosegue il documento – si appalesa dunque sproporzionato rispetto al fine che la norma intende perseguire e, laddove è inoperante per i soggetti pubblici, dà luogo anche ad una indebita discriminazione in favore di questi ultimi, in contraddizione col principio comunitario che impone l’adozione di regole finalizzate a non trattare in modo diverso situazioni analoghe, a meno che non ricorrano situazioni oggettive che giustifichino siffatta diversità, che nella specie restano indimostrate”.

“Per completezza di analisi – continua – si soggiunge che l’applicazione della nuova disciplina provocherebbe, necessariamente, effetti distorsivi del mercato, cagionando una rarefazione della concorrenza nel settore de quo che avvantaggerebbe direttamente i soggetti pubblici, esclusi dal rispetto del requisito in esame, e sottrarrebbe ampie e innovative aree di attività economiche all’iniziativa economica imprenditoriale privata, in contrasto con la finalità di massima apertura del mercato che costituisce essenza dell’ordinamento comunitario”.

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