DATI PERSONALI

Stop Safe Harbour, più costi per le aziende europee?

Dopo la sentenza choc della Corte di Giustizia Ue le aziende potranno mettersi in regola passando a un altro regime di protezione dati. La scelta potrà cadere su clausole di salvaguardia da inserire in ogni singolo contratto. Ma, secondo l’Ansa, questo comporterà un onere amministrativo aggiuntivo

07 Ott 2015

Non ci sarà necessariamente uno stop del flusso di dati personali dall’Ue verso gli Usa dopo la sentenza della Corte di Giustizia Ue che ha dichiarato inadeguato il livello di protezione degli Stati Uniti, facendo decadere il Safe Harbour, l’accordo Ue-Usa che fino a ieri ha consentito alle aziende come Facebook, Google, Amazon e altre di trasferire i dati dei cittadini europei a server statunitensi. Le aziende, scrive l’Ansa, ora potrebbero mettersi in regola semplicemente passando ad un altro regime di protezione dati, ovvero attraverso accordi singoli con le autorità garanti nazionali.

Il Safe Harbour da ieri invalidato è solo una parte della direttiva europea in materia di protezione dati. Certamente semplificava molto la vita alle imprese, che non dovevano negoziare accordi singoli con i Paesi e chiedere il permesso agli utenti europei, ma non era l’unico strumento in grado di tenere al sicuro la privacy dei cittadini europei.

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La legislazione attuale contiene una serie di mezzi che le aziende dovranno ora utilizzare, se non vogliono vedere bloccata la loro attività di trasferimento dati da Ue a Usa. La strumento più utilizzato è una clausola contrattuale da inserire in ogni contratto con gli utenti, che autorizzerà il trasferimento dati al di fuori dell’Europa, garantendone la tutela.

Per gli utenti sarà solo un rapido passaggio formale, per le aziende comporterà invece un onere amministrativo aggiuntivo, che dovrà comunque passare al vaglio delle autorita’ nazionali. Questo almeno fino a che Ue e Usa non negozieranno un nuovo accordo.

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