LA STRATEGIA

Calenda rilancia su Industria 4.0. E per la banda ultralarga altri 3,5 miliardi

Il governo fa squadra attorno al digitale. Il 2018 sarà l’anno di competenze e formazione. Il titolare del Mise: “Le misure funzionano”. Padoan: “L’Italia recupera terreno. Ma ora dobbiamo parlare di impresa 4.0”

19 Set 2017

Antonello Salerno

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Il governo fa squadra attorno al digitale. E per presentare i risultati del piano Industria 4.0 con lo sguardo rivolto al futuro schiera insieme Carlo Calenda, titolare del ministero per lo sviluppo economico, Pier Carlo Padoan, ministro dell’Economia e delle finanze, e i due membri del Governo a cui spetterà per l’anno prossimo il compito di sviluppare le strategie per far crescere l’Italia dal punto di vista delle competenze: il ministro del lavoro Giuliano Poletti e quella dell’istruzione, dell’università e della ricerca, Valeria Fedeli. Tutti uniti dalla consapevolezza dei buoni risultati raggiunti finora facendo lavoro di squadra, e dalla certezza che quella che fino a oggi è stata chiamata “industria 4.0” dovrà trasformarsi nel 2018 in “impresa 4.0”, “Lavoro 4.0” e “Formazione 4.0”.

Durante il suo intervento nella sala della Regina, a Montecitorio, Calenda ha anche sottolineato che il governo intende aumentare gli investimenti sul piano banda ultralarga: “Sulla fibra ottica il ritmo è troppo lento. Se non riusciamo a destinare un investimento più significativo in questo campo non riusciremo a raggiungere gli obiettivi 2020 – ha sottolineato – Miriamo a mettere altri tre miliardi e mezzo da fondi non spesi o da bandi meno costosi del previsto per rafforzare e dare accelerazione a questa parte della strategia del Governo. Aggiungo che il tema non è solo quello degli obiettivi, ma anche di come ci si arriva, perché la concorrenza va bene dappertutto ma nelle infrastrutture rischia di creare sovrapposizioni e problemi che non giovano a nessuno”.

Tratteggiando le linee generali dell’impegno del governo sulla digitalizzazione del sistema produttivo, Pier Carlo Padoan ha sottolineato come il governo si sia impegnato su “un’idea di politica economica e industriale. Oggi abbiamo un Paese in condizioni migliori rispetto a quello di 4 o 5 anni fa – ha detto – e questo è stato possibile, oltre che grazie alla congiuntura economica, grazie a una serie di politiche economiche e industriale, a politiche di riduzione fiscale di tipo strutturale e di competitività, insieme al sostegno alle imprese. Oggi parliamo di impresa 4.0, per dare un’estensione più ampia al concetto. I risultati sono fin qui molto positivi, anche a livello microeconomico, ma siamo soltanto all’inizio di un percorso che ci deve portare a dove eravamo prima della crisi e a migliorare: non c’è spazio per sentirsi soddisfatti. Oggi la produzione industriale è in ritardo rispetto al fatturato, segnale del fatto che finora si sono abbattute le scorte, e questo vuol dire che gli spazi di miglioramento ancora ci sono”.

“Finora ammortamento, superammortamento e iperammortamento hanno funzionato – aggiunge il ministro Calenda – e anche il credito d’imposta per gli investimenti in ricerca e innovazione, per quanto misurabile con indicatori meno semplici per i calcoli, si è rivelato una scelta giusta: a dirlo sono proprio le imprese, che per il prossimo anno prevedono di aumentare la spesa in questo settore tra il 10 e il 15%”. Le note negative vengono invece dai venture capital: “Non stiamo andando bene – spiega il ministro – in questo campo scontiamo una distanza siderale rispetto al resto d’Europa, la crescita non è soddisfacente”.

Buone notizie invece dal fondo di garanzia, “ristrutturato per essere più orientato alle imprese che investono – afferma Calenda – quelle che hanno effettiva difficoltà di finanziamento”, e dai contratti di sviluppo “che hanno dato una corsia prioritaria al Sud del Paese. Proprio al Sud – sottolinea – va ricostruita la base industriale, utilizzando strumenti di natura negoziale con grandi player che fanno investimenti. Non incentivi a bando, bensì strumenti flessibili e rapidamente implementabili”.

Capitolo a parte quello della diffusione della conoscenza di Industria 4.0: “L’anno scorso solo il 10% delle imprese sapeva di cosa si stava parlando – aggiunge Calenda – Abbiamo lavorato con le associazioni di categoria, Confindustria, Unioncamere, rete impresa italia, che hanno aperto digital innovation hub per entrare in contatto con il territorio”.

Poi la seconda criticità, i Competence center: “C’è un ritardo, e questa è l’altra parte del piano che non ha funzionato. L’obiettivo era di creare 4 o 5 poli di eccellenza. Oggi la questione e alla corte dei conti, ma dovremmo riuscire a pubblicare il bando entro novembre. Sarà il lavoro più difficile e importante di tutti, su cui la nostra attenzione dovrà essere massima”.

Ora la prospettiva, conclude Calenda, è di lavorare più a fondo su competenze e formazione: “Verranno fuori nuove difficolta – sottolinea – ma se ci riusciremo avremo fatto un grande piano di politica industriale moderno.

Chiamata in causa dal nuovo focus sulla formazione, il ministro Fedeli punta sulla necessità di “riallineare complessivamente, tutti insieme, le competenze e la formazione, mantenendo un rapporto più diretto con le innovazioni che vengono dal sistema delle imprese. Oggi viviamo una contraddizione, rischiamo di formare studentesse e studenti che se non avranno alcune competenze particolarmente innovative alla fine del loro percorso di studi potrebbero non avere un rapporto con il sistema dell’economia reale. Dobbiamo essere capaci di leggere anche l’imprevisto, per anticipare alcuni processi e governarli, senza subirli. Il punto che ci unisce è che stiamo costruendo concretamente, non solo come visione, una società e un’economia della conoscenza”.

Per questo la formazione al digitale “dovrà essere presente già nelle scuole primarie – spiega – Il coding è un terreno fondamentale”, spiegail ministro, che ha annunciato anche l’intenzione di rivedere l’organizzazione degli Its: “L’alternanza scuola-lavoro – argomenta – deve fornire nuovi skill e nuove competenze, ma non va confusa con apprendistato né con gli altri strumenti di legge come stage e tirocini”. Quanto agli investimenti sulla ricerca, “abbiamo invertito la tendenza – afferma Fedeli – ma non siamo ancora nemmeno alla fase intermedia rispetto a quello che ci chiede l’Europa”. Infine la formazione e l’istruzione come diritto individuale soggettivo delle persone: “Dobbiamo impegnarci a fornire gli strumenti perché anche soggettivamente, anche fuori dall’orario di lavoro, le persone possano agganciare le competenze che non hanno agganciato nella loro vita formativa precedente, andando a intervenire anche su chi è già nel mondo del lavoro”.

“Stiamo facendo uno sforzo per affrontare Industria 4.0 non più per silos, come si era abituati a fare finora, ognuno limitato esclusivamente alle proprie specifiche competenze, ma in maniera collettiva, in squadra – afferma Giuliano Poletti, che nel suo intervento ha sottolineato l’importanza di trasformare in misura strutturale l’apprendistato duale – Il lavoro che cambia è la sfida che abbiamo davanti: spesso si tende a pensare a quanti posti di lavoro saranno bruciati dall’innovazione, creando paure e incertezze che fanno venire voglia di resistere al cambiamento. Io credo che invece questa sfida vada colta lucidamente, senza essere né scioccamente entusiasti né scioccamente preoccupati. Saranno le nostre decisioni a decidere gli esiti della sfida, che va accettata e può essere vinta, gestendo una grande transizione, difficile e che durerà molto nel tempo”.

“Dobbiamo rivolgere la nostra attenzione ai neet, alle persone cioè che rimangono fuori dai percorsi formativi e dal mondo del lavoro – conclude Poletti – con progetti come ‘Crescere in digitale’, per costruire un’occupabilità il più possibile immediata”.

A fornire una lettura delle misure annunciate dal governo è Marco Taisch, docente della School of Management del Politecnico di Milano e co-responsabile scientifico dell’Osservatorio Industria 4.0: “Sono molto positive – spiega – perché, dopo i buoni risultati del primo anno del Piano Nazionale, vanno nella direzione richiesta dal sistema economico–industriale per offrire nuove opportunità di investimento alle imprese. E con azioni significative di sostegno alle competenze 4.0, si allarga il campo del nostro programma a sostegno della quarta rivoluzione industriale, che oggi è apprezzato e preso a modello da altri Paesi in Europa”. “In particolare – prosegue Taisch – è importante l’intenzione annunciata oggi dal Governo di rinnovare i bonus di iper e superammortamento del Piano Nazionale Industria 4.0: si tratta di due misure che hanno riscosso notevole successo tra le imprese, anche se alcune aziende non hanno potuto beneficiarne appieno in quanto la misura fiscale è stata messa a disposizione quando i budget per il 2017 erano oramai stati decisi: se i bonus saranno rinnovati, molte imprese potranno cogliere l’opportunità di un sostegno agli investimenti nel 2018”.

“La ripresa di competitività del sistema industriale italiano non dipenderà tuttavia solo dagli investimenti in tecnologia, anche dalla disponibilità di competenze da acquisire attraverso una formazione dedicata – sottolinea Taisch – In questo momento l’Italia sconta uno skill gap, con la situazione paradossale di un’alta disoccupazione giovanile e imprese che faticano a trovare le persone giuste”.

“Oltre a macchinari di ultima generazione, in fabbrica è necessario avere personale qualificato in grado di saperli usare – conclude – Per questa ragione, è un’ottima notizia l’annunciata riforma degli Its: abbiamo bisogno di tecnici per cogliere le opportunità della quarta rivoluzione industriale. E altrettanto giusta è la misura del credito di imposta sulla formazione: un incentivo per lo sviluppo di competenze è quello che serve a completare il Piano Nazionale, che prevede già incentivi agli investimenti tecnologici. Ora non bisogna abbassare la guardia, anche altri Paesi stanno avviando programmi di rinnovamento di grande importanza, ma con il Piano italiano Industria 4.0 l’Italia è sulla strada giusta”.

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